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Category: esperienze

L’Autogrill: il luogo più italiano che i turisti non conoscono

Quando si pensa a un viaggio in Italia, vengono subito in mente il Colosseo, Venezia, la Costiera Amalfitana o le colline della Toscana. Eppure esiste un luogo che racconta l’Italia autentica molto più di quanto si possa immaginare. Un luogo che milioni di italiani conoscono benissimo, ma che la maggior parte dei turisti non ha mai visto: l’Autogrill.

Durante il mio ultimo viaggio ho attraversato diverse regioni in automobile e, come ogni italiano che si rispetti, ho fatto tappa più volte in Autogrill. Mi sono resa conto che per molti visitatori stranieri questa esperienza è quasi sconosciuta. Chi viaggia in treno o in autobus, infatti, raramente ha l’occasione di fermarsi in uno di questi iconici punti di ristoro.

Ma cos’è davvero un Autogrill?

Molti lo definiscono semplicemente un’area di servizio. In realtà è molto di più. È una pausa, un piccolo rituale del viaggio, un luogo dove si incontrano famiglie in vacanza, camionisti, studenti, motociclisti e lavoratori diretti dall’altra parte del Paese.

Ci si ferma per un espresso bevuto rigorosamente al banco, per un panino appena preparato, per una brioche, oppure per un pranzo veloce prima di riprendere la strada. E poi c’è quella sensazione speciale che solo chi viaggia conosce: entrare, sgranchirsi le gambe, osservare gli altri viaggiatori e ripartire con qualche chilometro in più alle spalle.

La cosa più sorprendente è che, pur appartenendo alla stessa catena, ogni Autogrill racconta il territorio in cui si trova. Cambiano i prodotti sugli scaffali, le specialità gastronomiche e perfino alcuni piatti del menu. In Emilia-Romagna potreste trovare Parmigiano Reggiano e salumi locali, in Toscana vini e cantucci, mentre nel Sud Italia non mancano prodotti tipici difficilmente riscontrabili altrove, come un’autentica mozzarella di bufala.

È quasi come fare un piccolo viaggio gastronomico senza nemmeno uscire dall’autostrada.

Una storia tutta italiana

La storia dell’Autogrill affonda le sue radici nel dopoguerra. Nel 1947 l’imprenditore Mario Pavesi, lo stesso che rese celebri i biscotti Pavesini, aprì lungo l’autostrada Milano-Torino un piccolo punto di ristoro vicino al casello di Novara. L’idea era semplice ma rivoluzionaria: offrire ai viaggiatori un luogo dove fermarsi per bere un caffè, acquistare biscotti e mangiare un panino.

Il successo fu immediato.

Nel 1952 quel piccolo chiosco si trasformò in un vero ristorante e nacque ufficialmente il nome Autogrill, destinato a diventare un simbolo del viaggio su strada in Italia.

Negli anni Cinquanta arrivò un’altra innovazione destinata a fare scuola in tutto il mondo: i celebri Autogrill a ponte. Costruiti sopra l’autostrada, permettevano ai viaggiatori di entrambe le direzioni di fermarsi nello stesso edificio, senza dover attraversare la carreggiata. Erano moderni, spettacolari e rappresentavano l’ottimismo dell’Italia del boom economico.

Nel 1977 i marchi storici Pavesi, Motta e Alemagna vennero riuniti in un’unica società, dando vita ad Autogrill S.p.A., il marchio che ancora oggi accompagna milioni di automobilisti.

Molto più di una semplice sosta

Per gli italiani l’Autogrill è quasi un’istituzione. È il luogo in cui iniziano le vacanze, dove si compra l’ultimo snack prima di affrontare centinaia di chilometri e dove, immancabilmente, si prende un caffè che sembra avere un sapore diverso da quello bevuto in città.

Forse è perché profuma di libertà. O forse perché ogni viaggio importante, prima o poi, passa da lì.

Se un giorno deciderete di esplorare l’Italia in automobile, fatevi un favore: fermatevi al primo Autogrill che incontrate. Ordinate un espresso, osservate le persone intorno a voi e lasciatevi conquistare da una delle tradizioni più autentiche e meno conosciute del nostro Paese.

Perché a volte l’Italia più vera non si trova nelle piazze affollate o nei monumenti famosi, ma lungo un’autostrada, davanti a un bancone, con un caffè in mano e una nuova destinazione all’orizzonte.

Autogrill: Italy’s Best-Kept Travel Secret That Most Tourists Never Discover

When people dream about traveling to Italy, they usually picture the Colosseum, Venice, the Amalfi Coast, or the rolling hills of Tuscany. Yet there is one place that captures the true spirit of Italy better than almost anywhere else. It’s a place that every Italian knows well, but most international visitors have never experienced: the Autogrill.

During my most recent road trip across Italy, I drove through several regions and, like any true Italian traveler, stopped at Autogrill more than once. It made me realize that for many foreign visitors, this experience is almost completely unknown. Travelers who explore Italy by train or bus rarely have the chance to visit one of these iconic roadside stops.

So, what exactly is an Autogrill?

Many people simply describe it as a highway service station. In reality, it’s much more than that.

An Autogrill is part of the journey itself—a small travel ritual where vacationing families, truck drivers, students, motorcyclists, and business travelers all cross paths.

People stop for an espresso, always enjoyed standing at the counter, a freshly made sandwich, a warm pastry, or a quick lunch before getting back on the road. There’s also that special feeling every road traveler knows: stretching your legs, watching fellow travelers come and go, and then continuing your journey with a few more miles behind you.

Every Autogrill tells the story of its region

One of the most fascinating things about Autogrill is that, although it belongs to the same chain, each location reflects the region where it stands.

The products on the shelves change, local specialties appear on the menu, and regional delicacies are proudly displayed. In Emilia-Romagna, you might find Parmigiano Reggiano and locally cured meats. In Tuscany, shelves are filled with regional wines and crunchy cantucci biscuits. Head farther south, and you’ll discover specialties that are difficult to find anywhere else.

It’s almost like taking a culinary road trip without ever leaving the highway.

A uniquely Italian story

The story of Autogrill began in the years following World War II.

In 1947, entrepreneur Mario Pavesi—the same man who made Pavesini biscuits famous—opened a small refreshment stand near the Novara toll booth along the Milan–Turin motorway. His idea was simple but revolutionary: give travelers a comfortable place to stop for coffee, biscuits, and sandwiches.

The concept was an immediate success.

By 1952, the small kiosk had grown into a full-service restaurant, and the name Autogrill was officially born—a name that would eventually become synonymous with road travel in Italy.

During the 1950s came another innovation that attracted worldwide attention: the famous bridge-style Autogrills. Built directly over the highway, these futuristic structures allowed motorists traveling in both directions to stop at the same building without crossing traffic. They became symbols of Italy’s postwar economic boom and its optimism about the future.

In 1977, the historic brands Pavesi, Motta, and Alemagna merged into a single company, creating Autogrill S.p.A., the brand that continues to serve millions of travelers every year.

More than just a rest stop

For Italians, Autogrill is almost an institution.

It’s where summer vacations officially begin. It’s where you buy one last snack before driving hundreds of miles. It’s where you almost instinctively order an espresso that somehow tastes different from the one you drink back home.

Maybe it’s because it smells like freedom.

Or maybe it’s because every memorable road trip eventually includes a stop at an Autogrill.

If you ever decide to explore Italy by car, do yourself a favor: pull into the first Autogrill you see.

Order an espresso. Stand at the counter. Watch the travelers around you. Take your time.

You’ll discover one of Italy’s most authentic—and least-known—traditions.

Because sometimes the real Italy isn’t found in crowded piazzas or famous landmarks. Sometimes it’s waiting beside the highway, with a cup of coffee in your hand and a new destination just over the horizon.

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Libri che vanno letti!

Quest’anno mi ero promessa una cosa molto precisa: leggere autori americani, come piccolo omaggio ai 250 anni della Costituzione degli Stati Uniti. Era un progetto chiaro, quasi simbolico.
E invece la letteratura, come spesso accade, ha deciso per me.
Mi sono ritrovata tra le mani tre libri russi, uno più travolgente dell’altro.
Il primo che ho letto quest’anno è stato La ballerina dello Zar di Adrianne Sharp, una storia realmente accaduta che racconta gli ultimi anni della Russia imperiale attraverso la figura dell’ultimo Zar. Un racconto affascinante, pieno di eleganza, malinconia e crepe storiche che preannunciano la rivoluzione. Ma è stato proprio quel clima, quel fermento russo così carico di tensione e destino, a trascinarmi verso un libro che credo mi abbia cambiata per sempre.

Parlo del capolavoro di Dostoevskij: Delitto e Castigo. Non è solo una storia. È un abisso umano. Un libro che, più che essere letto, ti attraversa. Credo sia una lettura quasi obbligatoria, non soltanto per la trama, ma per la perfezione assoluta della sua scrittura. Una precisione psicologica e stilistica talmente potente da lasciare senza fiato. Leggendolo ho provato qualcosa di profondamente umiliante, nel senso più puro del termine: mi ha resa umile. Io sono un’autrice.
Ma davanti a Dostoevskij ho capito che essere scrittori è un’altra cosa. La sua scrittura è di una perfezione quasi sconvolgente.

E come se non bastasse, ho continuato il viaggio con Anna Karenina di Tolstoj. Anche questo è un libro che ha moltissimo da insegnare. Una profondità descrittiva così vasta e viva che tutto il resto, per un momento, sembra quasi dissolversi. Ora mi trovo davanti a nuove letture… ma con una certa difficoltà.
Perché dopo Dostoevskij e Tolstoj, la letteratura cambia dimensione. Sono questi autori che non solo raccontano storie: ridefiniscono il modo stesso di scrivere. A noi principianti della parola, tolgono la penna dalle mani. Questi sono libri che definitivamente andrebbero letti almeno una volta nella vita.

Books one needs to read once in one’s life!

This year I had promised myself something very specific: to read American authors, as a small tribute to the 250th anniversary of the United States Constitution. It was a clear plan, almost symbolic.

And yet literature, as often happens, decided for me.
I found myself holding three Russian books, each more overwhelming than the last.
The first one I read this year was The Ballerina of the Tsar by Adrianne Sharp, a story based on real events that recounts the final years of imperial Russia through the figure of the last Tsar. It is a fascinating narrative, full of elegance, melancholy, and historical fractures that foreshadow the revolution. But it was precisely that atmosphere—that Russian ferment so charged with tension and destiny—that pulled me toward a book I believe changed me forever. I am speaking of Dostoevsky’s masterpiece: Crime and Punishment. It is not just a story. It is a human abyss. A book that, more than being read, passes through you. I believe it is almost a mandatory reading—not only for its plot, but for the absolute perfection of its writing. A psychological and stylistic precision so powerful it leaves you breathless.

While reading it I experienced something profoundly humbling, in the purest sense of the word: it made me humble. I am an author. But in front of Dostoevsky I understood that being a writer is something else entirely. His writing possesses an almost shocking perfection. And as if that were not enough, I continued the journey with Anna Karenina by Tolstoy. This too is a book that has an immense amount to teach. Its descriptive depth is so vast and alive that everything else, for a moment, seems to dissolve.

Now I find myself facing new readings… but with a certain difficulty.

Because after Dostoevsky and Tolstoy, literature changes dimension. These are authors who do not merely tell stories—they redefine the very way writing is done. For us beginners of the written word, they almost take the pen out of our hands.

These are books that truly should be read at least once in a lifetime.

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Le lingue straniere

La difficoltà di mantenere attiva la propria lingua madre quando si vive all’estero è un fenomeno reale e spesso sottovalutato. Non avrei mai immaginato che fosse possibile dimenticare la propria lingua, eppure accade: come qualsiasi altra competenza, se non viene esercitata, tende ad affievolirsi. È vero che può essere recuperata, ma non senza impegno e in condizioni tutt’altro che semplici.

Vivo negli Stati Uniti da venticinque anni e, già dopo i primi cinque, mi sono resa conto di avere difficoltà a esprimermi in italiano. Nonostante i contatti quotidiani con la mia famiglia, avvertivo una sorta di blocco: non si trattava soltanto di una momentanea mancanza di vocaboli, situazione che, in parte, persiste ancora oggi, bensì di una perdita di fluidità e naturalezza nell’espressione. Leggevo in italiano, ascoltavo la radio e cercavo di parlare ogni giorno con qualcuno nella mia lingua madre, ma tutto questo non era sufficiente.

Ciò che ha realmente contribuito a preservare la mia competenza linguistica è stato il tentativo di ricreare intorno a me un piccolo “angolo d’Italia”. Trovare un gruppo di amici con le stesse esigenze è stato determinante: condividere la lingua in modo costante e spontaneo mi ha permesso di recuperare sicurezza e padronanza. Per rafforzare ulteriormente le mie competenze ho iniziato a insegnare italiano in maniera più intensiva. Paradossalmente, l’insegnamento a studenti stranieri comporta talvolta una semplificazione del registro linguistico, ma questo è un tema a sé.

Ho poi deciso di approfondire la scrittura, rendendomi conto di quanto la struttura dell’inglese influenzi il mio modo di esprimermi in italiano, creando non poche difficoltà. Gli editori con cui ho collaborato, pur apprezzando i miei racconti, mi hanno spesso segnalato la presenza evidente di interferenze linguistiche. In un primo momento non riuscivo a coglierle; solo dopo il lavoro di revisione comprendevo pienamente ciò a cui si riferivano.

Sono consapevole che superare questo ostacolo richiederà tempo e costanza. Sto studiando testi sulla scrittura, frequento un corso e continuo a esercitarmi. È un percorso lungo, ma non intendo arrendermi: desidero migliorare non solo per una realizzazione personale, ma anche per mantenere viva e autentica la mia lingua madre. Forse per questo vale la pena continuare a lottare, studiare, leggere, parlare, anche quando sembra difficile: perché in gioco non c’è solo la padronanza di una lingua, ma la custodia di una parte essenziale di noi stessi. 

Vi è mai capitato di sentire che, insieme alle parole, rischiavate di perdere anche un pezzo della vostra identità? 

Foreign Language

The difficulty of keeping one’s mother tongue active while living abroad is a real and often underestimated phenomenon. I never would have imagined that it was possible to forget one’s own language, yet it happens: like any other skill, if it is not practiced, it tends to fade. It is true that it can be regained, but not without effort and under conditions that are far from simple.

I have been living in the United States for twenty-five years, and already after the first five I realized that I was having trouble expressing myself in Italian. Despite daily contact with my family, I felt a kind of block: it was not merely a temporary lack of vocabulary — a situation that, to some extent, still persists today — but rather a loss of fluency and naturalness in expression. I read in Italian, listened to the radio, and tried to speak every day with someone in my native language, but none of this proved sufficient.

What truly helped preserve my linguistic competence was the attempt to recreate around me a small “corner of Italy.” Finding a group of friends with the same needs was crucial: sharing the language in a constant and spontaneous way allowed me to regain confidence and mastery. To further strengthen my skills, I began teaching Italian more intensively. Paradoxically, teaching foreign students sometimes involves simplifying one’s linguistic register, but that is a separate issue.

I then decided to delve deeper into writing, realizing how much the structure of English influences the way I express myself in Italian, creating considerable difficulties. The editors I worked with, although they appreciated my stories, often pointed out the evident presence of linguistic interference. At first, I could not perceive it; only after the revision process did I fully understand what they meant.

I am aware that overcoming this obstacle will require time and consistency. I am studying texts on writing, taking a course, and continuing to practice. It is a long journey, but I do not intend to give up: I want to improve not only for personal fulfillment, but also to keep my mother tongue alive and authentic. Perhaps that is why it is worth continuing to fight, study, read, and speak, even when it feels difficult: because what is at stake is not only mastery of a language, but the safeguarding of an essential part of ourselves.

Have you ever felt that, along with words, you were also at risk of losing a piece of your identity?

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