La difficoltà di mantenere attiva la propria lingua madre quando si vive all’estero è un fenomeno reale e spesso sottovalutato. Non avrei mai immaginato che fosse possibile dimenticare la propria lingua, eppure accade: come qualsiasi altra competenza, se non viene esercitata, tende ad affievolirsi. È vero che può essere recuperata, ma non senza impegno e in condizioni tutt’altro che semplici.
Vivo negli Stati Uniti da venticinque anni e, già dopo i primi cinque, mi sono resa conto di avere difficoltà a esprimermi in italiano. Nonostante i contatti quotidiani con la mia famiglia, avvertivo una sorta di blocco: non si trattava soltanto di una momentanea mancanza di vocaboli, situazione che, in parte, persiste ancora oggi, bensì di una perdita di fluidità e naturalezza nell’espressione. Leggevo in italiano, ascoltavo la radio e cercavo di parlare ogni giorno con qualcuno nella mia lingua madre, ma tutto questo non era sufficiente.
Ciò che ha realmente contribuito a preservare la mia competenza linguistica è stato il tentativo di ricreare intorno a me un piccolo “angolo d’Italia”. Trovare un gruppo di amici con le stesse esigenze è stato determinante: condividere la lingua in modo costante e spontaneo mi ha permesso di recuperare sicurezza e padronanza. Per rafforzare ulteriormente le mie competenze ho iniziato a insegnare italiano in maniera più intensiva. Paradossalmente, l’insegnamento a studenti stranieri comporta talvolta una semplificazione del registro linguistico, ma questo è un tema a sé.
Ho poi deciso di approfondire la scrittura, rendendomi conto di quanto la struttura dell’inglese influenzi il mio modo di esprimermi in italiano, creando non poche difficoltà. Gli editori con cui ho collaborato, pur apprezzando i miei racconti, mi hanno spesso segnalato la presenza evidente di interferenze linguistiche. In un primo momento non riuscivo a coglierle; solo dopo il lavoro di revisione comprendevo pienamente ciò a cui si riferivano.
Sono consapevole che superare questo ostacolo richiederà tempo e costanza. Sto studiando testi sulla scrittura, frequento un corso e continuo a esercitarmi. È un percorso lungo, ma non intendo arrendermi: desidero migliorare non solo per una realizzazione personale, ma anche per mantenere viva e autentica la mia lingua madre. Forse per questo vale la pena continuare a lottare, studiare, leggere, parlare, anche quando sembra difficile: perché in gioco non c’è solo la padronanza di una lingua, ma la custodia di una parte essenziale di noi stessi.
Vi è mai capitato di sentire che, insieme alle parole, rischiavate di perdere anche un pezzo della vostra identità?
Foreign Language
The difficulty of keeping one’s mother tongue active while living abroad is a real and often underestimated phenomenon. I never would have imagined that it was possible to forget one’s own language, yet it happens: like any other skill, if it is not practiced, it tends to fade. It is true that it can be regained, but not without effort and under conditions that are far from simple.
I have been living in the United States for twenty-five years, and already after the first five I realized that I was having trouble expressing myself in Italian. Despite daily contact with my family, I felt a kind of block: it was not merely a temporary lack of vocabulary — a situation that, to some extent, still persists today — but rather a loss of fluency and naturalness in expression. I read in Italian, listened to the radio, and tried to speak every day with someone in my native language, but none of this proved sufficient.
What truly helped preserve my linguistic competence was the attempt to recreate around me a small “corner of Italy.” Finding a group of friends with the same needs was crucial: sharing the language in a constant and spontaneous way allowed me to regain confidence and mastery. To further strengthen my skills, I began teaching Italian more intensively. Paradoxically, teaching foreign students sometimes involves simplifying one’s linguistic register, but that is a separate issue.
I then decided to delve deeper into writing, realizing how much the structure of English influences the way I express myself in Italian, creating considerable difficulties. The editors I worked with, although they appreciated my stories, often pointed out the evident presence of linguistic interference. At first, I could not perceive it; only after the revision process did I fully understand what they meant.
I am aware that overcoming this obstacle will require time and consistency. I am studying texts on writing, taking a course, and continuing to practice. It is a long journey, but I do not intend to give up: I want to improve not only for personal fulfillment, but also to keep my mother tongue alive and authentic. Perhaps that is why it is worth continuing to fight, study, read, and speak, even when it feels difficult: because what is at stake is not only mastery of a language, but the safeguarding of an essential part of ourselves.
Have you ever felt that, along with words, you were also at risk of losing a piece of your identity?

